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Pellegrinaggio a Santiago di Compostela


“Villafranca del Bierzo is a nice mountain village”; cosi recitava la traduzione inglese della guida più usata per andare a piedi a Santiago di Compostela.

A questa frase, che mi faceva sperare in un piccolo e non insignificante villaggio di montagna nella catena montuosa che separa “Leon y Castilla” dalla Galizia, stavo aggrappato con la mente e il cuore, sul sedile posteriore della macchina che da Madrid mi portava assieme a Gianfranco e Sergio verso Villafranca del Bierzo, punto di partenza di un cammino a piedi di 6 giorni verso Santiago di Compostela. La giornata era difficile: il viaggio aereo era stato lungo, per spendere il meno possibile eravamo partiti da Genova e dopo un cambio a Monaco di Baviera avevamo raggiunto Madrid; in totale quattro ore di volo. Era pieno pomeriggio, una giornata di sole intenso nell’arido ma non desertico paesaggio spagnolo, i finestrini della macchina erano aperti, per risparmiare avevo chiesto in affitto la macchina più economica che, ovviamente, risultò senza condizionatore.

Ma gli interrogativi sul viaggio continuavano a frullarmi nella testa; i dubbi non riguardavano tanto il percorso a piedi quanto l’aspetto logistico: trovare ogni sera da dormire e mangiare e avere il tempo sufficiente per fare bucato ed essere pronti per giorno dopo.

Non ero stato scout e la mia esperienza di servizio militare era durata una settimana, quindi a questi problemi ero poco abituato; mi consolava il fatto di trovarmi con altri due amici, ma l’amicizia va arricchita e non tormentata con paure e dubbi.

Verso le sei di sera si intravide all’orizzonte la catena dei monti Cantabrici; dovevamo andare là, là si trovava il passo di “O Cebreiro” che doveva rappresentare la fine del primo giorno di cammino e immetterci nella Galizia.

Man mano che ci avvicinavamo alla regione montuosa una vegetazione bassa di colore verde cominciava ad apparire.

Dall’autostrada si poteva vedere bene Astorga con il suo Duomo e finalmente, dopo un tratto di strada statale (nella regione montagnosa l’autostrada è ancora in costruzione) arrivammo a Villafranca del Bierzo.

Non si aveva la percezione di alcun “nice mountain village”.

A due persone anziane all’ingresso chiesi dell ”Hostal do Commerce” dove avevamo prenotato una camera, chiamando telefonicamente la sera prima da Sestri Levante.

Gianfranco aveva suggerito di prenotare un posto per la prima sera, perchè arrivando tardi la ricerca poteva essere difficile; questa fu la prima di tante mosse sagge che suggerì nel seguito del viaggio.

Dopo un paio di curve ci apparve l’edificio che cercavamo. La costruzione era molto vecchia, ma non cadente; sulla facciata principale vi era scritto “ Hostal do Commerce casa fundada nel siglo XVI”.

All’ingresso nessuna porta a vetri o “hall”, ma un grande portone che attraverso uno scalone conduceva ad una porta da cucina. Suonammo. Ci venne ad aprire una giovane cameriera.

Quella che chiamiamo “hall” era un piccolo spazio tra due corridoi; ci fu assegnata la camera, salimmo una scala e arrivammo ad un lungo corridoio con il pavimento in legno, un legno scuro, incurvato al centro dall’uso, non lucidato a nuovo come i legni dell’”Amerigo Vespucci”, ma nemmeno sporco.

Tutte le camere avevano la porta su quel corridoio, la nostra era in fondo al corridoio. C’erano due letti, il terzo -quello che Sergio e Gianfranco assegnarono a me- era ricavato in una nicchia più interna nella quale c’era anche il lavandino. La finestra dava sulla strada dove avevamo chiesto informazioni ai due anziani. I colori, l’ambiente mi ricordavano un film degli anni '50 sulla guerra di Spagna. Non ricordo il titolo ma il regista era Fred Zinneman, autore anche di “Mezzogiorno di fuoco” e l’interprete principale era Gregory Peck.

Dopo esserci sistemati tornammo all’ingresso dove questa volta c’era la proprietaria, una signora sui 35 anni, un viso interessante che ci colpì tutti.

Vedendo lei e sentendola parlare cominciammo a capire tutto dell’ambiente; ci dette alcuni suggerimenti sul percorso dell’indomani avendo fatto l’anno scorso il “Cammino”.

Ci fece vedere il “Commedor”, la sala da pranzo dell’”Hostal”, un grande vano pieno di tavoli; c’erano la macchina da cucire e quella da stirare e su un tavolo giornali, vecchie riviste e i documenti per la gestione dell’albergo. Su di un lato una lunga e alta credenza in un legno dello stesso colore del pavimento del corridoio, nei vari piani del mobile tazze e bicchieri.

Questa sala mi ricordò quelle dell’albergo della Posta di Varese Ligure, ma questa di Villafranca era rimasta come negli anni ‘30.

Riassumendo tutte le impressioni provate dal primo apparire dell’edificio, Sergio commentò: “Un posto così per dormire non lo troveremo mai più in vita nostra”. Questa per me fu la prima rivelazione di Sergio come sensibile valutatore del valore e della bellezza di un ambiente, sia esso un prato, un bosco, una casa o una chiesa.

Andammo sulla piazza principale; c’era un pò di gente che passeggiava senza sfarzo, adesso il posto cominciava ad apparire nel suo valore.

La mattina alle 7 ci svegliammo e sentimmo il rumore del bastone dei pellegrini che erano già in cammino e scendavano da una scaletta vicino alla strada sotto la nostra finestra. Andammo a comprare qualche cosa da mangiare durante il cammino, è cosi potei scoprire negozi spagnoli, la “Characuteria” con i suoi prosciutti e salami appesi alle pareti e la “Panederia”, locale semplice con un forno e un banco per vendere il pane.

Terminato l’approvvigionamento ci mettemmo in cammino verso il passo di “O Cebreiro”.

Il Cammino, lasciata Villafranca del Bierzo, segue per lunghi tratti la strada nazionale; per fortuna era sabato mattina e il traffico non era intenso.

Il primo incontro fu con una ragazza di 18 anni di origine tedesca ma residente a Valencia. Anche lei aveva incominciato il Cammino a Villafranca, era molto bella, spavalda, ma parlando dopo con Gianfranco ci trovammo d’accordo nel notare in lei una forte dose di ingenuità. Dopo un chilometro trascorso assieme ci separammo; la incontrammo più tardi con un gruppo di giovani che non ci ispiravano nessuna fiducia.

Finalmente lasciammo la strada nazionale, eravamo sempre su tratti asfaltati ma coperti di letame, qualche volta l’asfalto si interrompeva ed appariva lo sterrato, attraversavamo piccoli paesi: Ambasmestatas, Valcarcarve, Hierrerias; il nome dell’ultimo paese ci faceva capire che eravamo in una zona di ferriere.

La strada ad un certo punto fiancheggiava un rio. Là c’era Sergio ad aspettarci, aveva scelto quel posto come primo momento di sosta. C’erano molti alberi ed ombra; per la prima volta in vita mia mi sedetti sulla riva di un corso d’acqua e stetti per un lungo tempo con i piedi a bagno. In quel luogo avvenne l’incontro più enigmatico di tutto il Cammino.

Seduta all’ombra stava una ragazza; allacciai un discorso, era un'americana dell’Illinois di origine polacca, laureata in storia e sociologia. Aveva lavorato per un anno in Texas per un'organizzazione che curava la costruzione di case e l’insediamento per poveri; al termine del suo perido di lavoro aveva deciso di non rinnovare il contratto ed aveva iniziato il Cammino. In questo racconto trovai conferma di uno spirito americano che non si ferma per lungo tempo in luoghi o rapporti.

All’improvviso mi fece la domanda sul perché facevo il percorso. Questa domanda mi mise in difficoltà, la verità era che la decisione era nata da circostanze fortuite. L’estate scorsa, durante un viaggio in Olanda, ero rimasto colpito dal fatto che da Sestri Levante all’Olanda avevo sempre viaggiato in un traffico autostradale intenso e molte volte caotico.

Al ritorno mi venne l’idea di cominciare a girare a pedi; il Cammino per Santiago di Compostela rappresentava la prima opportunità, era infatti ben documentato e non si andava all’avventura.

Quando lo dissi a mia moglie mi invitò ad andare, intuendo forse qualche altra ragione oltre la contingenza iniziale: “Queste cose dopo averle pensate occorre decidersi a farle.”. Tuttavia, non trovavo chi volesse venire con me.

A luglio Gianfranco durante una conversazione al telefono mi chiese che piani avessi per l’estate; gli risposi che non sapevo, avevo l’intenzione ad andare a piedi verso Santiago, ma non trovavo compagni. La sua risposta fu sorprendente: “Vengo io”.

In questa semplice risposta, chiara ma senza alcun tono di decisione imperativa, sta forse la ragione della partenza.

Louise, la ragazza americana, al sentire questa spiegazione fece una espressione a metà tra smorfia e sorriso.

Lei era partita da Roncisvalle, stava facendo il Cammino da sola e raccontò che non era riuscita a trovare dopo la partenza una compagnia con cui continuare, camminava magari per un giorno assieme ad altri, poi la compagnia si scioglieva. I due ultimi giorni aveva camminato da sola e “Yestarday I was very sad”, disse pronunciando quest’ultima frase con visibile sofferenza sul viso.

Quando riprendemmo a camminare le chiesi se desiderasse proseguire con noi fino al passo di “O Cebreiro”, la risposta fu strana: “So you have in mind to reach O Cebreiro tonight, maybe we meet again over there”. Prese a camminare ad un ritmo che Gianfranco giudicò troppo sostenuto.

Attraversammo il paese di Pedrafita, dove una donna ci chiese se volevamo mettere il timbro della parrocchia sul documento di pellegrinaggio; messo il timbro e la data di passaggio ci fece vedere la chiesa del 1700 e poi ci fermammo un pò a parlare a con lei. Si era sposata a Barcellona ed ora viveva là.

Alla nostra domanda di come si era trovata una donna della Galizia con un marito catalano rispose che era andato tutto bene. Il linguaggio della donna era franco e sveglio, mi sembrava di parlare con una donna di Riva Trigoso. Mentre parlavamo con lei si avvicinò un uomo che invece per tutta la vita non aveva lasciato Pedrafita.

Riprendemmo a camminare e dopo un pò di tempo trovammo una fontana; Sergio era lì che ci attendeva.

Le fontane, specie se belle, sono le grandi risorse per chi cammina; sfortunatamente i bar e le multinazionali delle bibite le rendono sempre più rare. C’erano due ragazze con gli occhi a mandorla che si stavano rinfrescando; le avevamo già incontrate la mattina, andavano molto veloci ma avevano le gambe coperte da fasce elastiche e la loro andatura era sghemba. Ci dissero che a causa del lungo cammino soffrivano di tendinite.

Io ero molto incuriosito da queste ragazze di origine orientale che facevano il Cammino e chiesi da dove venissero: “Dal Brasile” fu la loro risposta.

Era difficile associare i loro volti alle immagini caratteristiche di quella nazione, ma il Perù di Fujimori non è l’unico caso di presenza giapponese in America Latina. I nonni o bisnonni delle due ragazze, alla fine dell’Ottocento o all’inizio del Novecento, erano emigrati in Brasile dal Giappone.

Poco dopo iniziammo la salita a “O Cebreiro”; sulle guide che avevo letto prima di partire questo punto del Cammino mi era parso particolarmente importante. Chiedo scusa al lettore se ne dò solo un'interpretazione geografica. Questo passo segna il passaggio dalla Spagna classica, quella di “Leon y Castilla”, alla Galizia; dopo il passo il Cammino, scende lentamente verso Santiago in un paesaggio completamente differente da quello spagnolo e poco oltre la città che rappresenta la meta del viaggio, si trovano Finisterre e l’Atlantico.

Una volta che si è oltrepassato “O Cebreiro” si prova la sensazione di essersi lasciati alle spalle tutta l’Europa e di essersi incamminati in una terra distante, l’estremo Occidente che pur non essendo staccato non è continuazione dell’Occidente. E’ per questa ragione che con Gian e Sergio avevamo deciso di partire da Villafrnca del Bierzo ed includere nel Cammino il passo.

Sarà che era il primo giorno del Cammino, o forse che affrontammo la salita nelle ore calde, la fatica fu enorme; molte volte ripetei a me stesso “cerca di arrivare in cima e non pensare che domani devi ripartire”. Gian non faceva fretta ed anzi si fermava ogni qualvolta lo riteneva necessario; mi era di aiuto pensare che Sergio ci stava aspettando al passo e ci avrebbe aiutato a trovare un buon posto per la notte.

La difficoltà del percorso è data dal fatto che in sei chilometri si passa da 550 metri ai 1330 del passo; gli spagnoli non conoscono i tornanti.

Sul sentiero passammo due bei villaggi di montagna, ma la parola villaggio è fuorviante, si tratta di poche case raggruppate (la parole spagnole “pueblo” e “puebecito” sono forse più adatte); il sentiero che le attraversa forma la strada e la piazza principale, ci sono anche le macchine che arrivano percorrendo accessi sterrati che si diramano dalla strada principale, distante dal Cammino.

Al primo villaggio incontrammo uno spagnolo sui sessant’anni, antiquario a Madrid; aveva -credo per ragioni di lavoro- molti contatti a Roma, in Trastevere; con lui parlammo un pò di tempo e ad un certo punto disse:“La vita è bella e dispiace abbandonarla”. Faceva il Cammino da Roncisvalle per la quarta volta, in obbedienza ad un voto:“Quando lo si fa per una motivazione” -disse- “Viene fuori una forza incredibile.”. Speravamo di avere trovato un compagno per gli ultimi quattro chilometri, ma dopo poco prese a salire in modo rapido e restammo soli. Al secondo villaggio ero molto stanco e sentivo lo stomaco vuoto e nausea; cercai una fontana che non c’era. Poco prima avevo notato dei punti di colore grigio chiaro sulla montagna ed avevo detto a Gian che là era il passo; la risposta fu “Natalino, stai avendo i miraggi”. Rimasi convinto della mia idea ma non volli ribattere; in effetti erano scogli su di un'immensa distesa di bassa vegetazione verde della montagna.

Chiesi ad un contadino se c’era un pò d’acqua per bagnare la testa; mi fece entrare nel suo cortile interno e mi indicò “el grifo”, il rubinetto . Dopo essermi rinfrescato volevo lasciare qualcosa per l’ospitalità, ma egli rifiutò, anzi ci incoraggiò dicendo che la parte ripida era finita. L’incontro con questo contadino e sua moglie, i loro sguardi, i loro atti e l’ambiente nel quale avvenne -il cortile tra la casa e la stalla- rappresenta, pur nella sua breve durata, una delle cose più intense e belle dei sei giorni di cammino.

Pensavo che il contadino avesse voluto incoraggiarci e non avevo fiducia nelle sue parole, invece aveva detto il vero, perchè dopo un breve tratto di salita dolce, Gian che era avanti disse: “Siamo arrivati, il passo è la.”.

Con grande gioia vidi che non c’era più da salire ed un sentiero piano ci conduceva a “O Cebreiro”.

Era il giorno della festa del paese; un numero di gente incredibile e bancarelle in ogni dove. C’erano tanti stand gastronomici con tutta l’attrezzatura per preparare cibo alla brace, bombole del gas e manichette azzurre che giravano per tutta la festa come biscie; notai anche molte damigiane di vino. Le case in pietra erano cosi piccole che il grande assembramento di bancarelle e gente quasi le nascondeva. La forma delle case era strana, sembrava di trovarsi ad Alberobello. Entrammo nella piccola chiesa paleoromanica, dove ci eravamo dati appuntamento con Sergio; in quel momento si stava celebrando la messa e c’era una grande calca. Uscimmo per cercare un posto dove dormire nei paesi che avevamo attraversato tre ore prima; fummo fortunati e trovammo una pensione in un posto quieto, dove dopo esserci rinfrescati e avere mangiato restammo per una ora a parlare contemplando una bella luna che illuminava la valle.

Sergio ci disse che al passo aveva trovato un solo elemento di grande rilevanza; nell’altare secondario della chiesa era esposto un grande calice in una teca di vetro. Quel punto, secondo Sergio, era molto significativo.

Dovevano passare quattro giorni perché visitando la Chiesa romanica di Villar de Donas, la guida ci facesse notare un rilievo scultoreo nel quale era narrato il miracolo eucaristico di “O Cebreiro”.

Gian disse che la salita era cosi faticosa, che sembrava fosse stata messa dal diavolo per scoraggiare i pellegrini a proseguire. Tutti notammo che giunti in cima si prova una grande emozione, diversa da quella percepita nelle gite sulle Alpi o sulle Dolomiti quando si raggiunge la meta.

L’indomani Sergio ci portò in macchina al Cebreiro, dove acoltammo la Messa. Il paese mi fece l’impressione di un accampamento di pastori in miniatura; le abitazioni quasi non si notavano nelle dolci forme del paesaggio naturale. Che grande differenza con la Liguria dove il campanile svetta sull’ambiente circostante!

Poco oltre il passo riprendemmo a camminare; il sentiero era in dolce discesa, ma man mano che camminavamo sia io che Gian notavamo che la grande emozione del giorno prima stava scomparendo.

Incontrammo di nuovo Louise, la ragazza americana; ci aveva visto durante la salita al passo e sapendo che era il nostro primo giorno di cammino disperava che potessimo arrivare alla meta. Parlammo ancora qualche istante e lei chiese se eravamo diretti verso Tricastela; alla nostra risposta affermativa disse “Maybe, we will meet over there”, poi accelerò il passo e non la vedemmo più.

Poco prima di Tricastela il sentiero del Cammino ci fece attraversare un gruppo di case. Con Gian notammo che era un gran bel posto; case in pietra, stalle, mucche e animali domestici, castagni e querce; che grande emozione al pensiero di questa grande realtà umana che il pellegrino incontrava e incontra.

Ci stupimmo di non trovare Sergio in questo posto; con lui comunque l’appuntamento era al Monastero di Samos.

Dopo Tricastela, il Cammino segue per lunghi tratti la strada nazionale. Credevamo di dover camminare per oltre 10 chilometri sull’asfalto quando improvvisamente il Cammino, che si snoda a mezza costa in un ambiente che sembra disabitato, deviò verso il basso.

Notammo prima un piccolo corso d’acqua. Immediatamente dopo, ai due lati un villaggio in pietra. L’ampia vegetazione si elevava sopra le abitazioni e faceva sì che il paese non fosse visibile dalla strada. Ogni abitazione era dotata di terrazze in legno con lastroni di ardesia ai bordi, le terrazze non sporgevano oltre i tetti anch’essi in ardesia.

Il paese era diviso in quattro quartieri individuati dal corso d’acqua e dalla strada sterrata che attraversava il rio.

Gian ed io notammo contemporaneamente la bellezza del posto e decidemmo per il secondo giorno consecutivo di sederci ai bordi del corso d’acqua e di bagnarci i piedi.

“Natalino questo posto vale il viaggio” fu il commento di Gian, e restammo lì per venti minuti buoni, a contemplare questo interessante posto dominato da tre colori che creavano varietà ma non contrasti: il giallo marrone delle strade sterrate, il grigio delle pietre delle case e il verde degli alberi. Fra le case, lungo il sentiero che risaliva verso la strada nazionale, si notava la chiesa. Aveva lo stesso colore grigio e il campanile basso non la faceva svettare.

Ritornammo a Rende -questo il nome del paese- la sera del giorno dopo con Sergio per mostrarlo anche a lui e fare alcune riprese con la videocamera: “Ha molte somiglianze con Nascio e Cassagna”, fu il suo commento. Nascio e Cassagna sono due villaggi della Val Graveglia ad una decina di chilometri da Chiavari; me li aveva fatti conoscere Duilio, un amico che studia i portali in pietra e l’architettura rurale.

Provai stupore per questo impeto di giudizio comune. Con Sergio e Gianfranco, dopo avere studiato assieme nell’età fra gli undici e i tredici anni all’avviamento industriale di Sestri di Levante, ci eravamo trovati a percorrere insieme il Cammino di Santiago quasi per caso. Fra di noi non emergevano gli stessi orientamenti, ma mi colpiva la somiglianza del primo sguardo verso la realtà.

La sera della seconda visita il villaggio era più animato; un gregge di pecore ritornava all’ovile attraversando il paese e il corso d’acqua in senso inverso al nostro cammino. Incontrammo una signora anziana ed iniziammo a parlare; non era nata lì ma in un paese vicino più in alto, abitava lì da quando si era sposata: “Esto es un publo muy viejo”, fu il suo commento finale.

Lasciato il villaggio proseguii il cammino con Gianfranco; non incontrammo più la strada statale e il sentiero era tutto immerso nella vegetazione. Erano le ore più calde del giorno ma si poteva camminare bene.

Ad un certo punto Gian disse: “Una biscia”, e dopo poco: “No, è una vipera”. Potei vedere bene la testa triangolare un metro davanti a noi, mentre attraversava il sentiero. “A questa ora del giorno vanno a bere”, fu il commento di Gian. E così per la prima volta in vita mia ho potuto vedere una vipera, ma ci saranno altre “prime volte” in questo viaggio.

La meta di quel giorno era Samos, un notevole complesso benedettino. La guida lo segnalava come uno dei pochi monumenti di valore che il pellegrino poteva incontrare in Galizia prima di arrivare a Santiago. “Samos es un monasterio muy precioso”, ci disse il proprietario della pensione dove avevamo dormito; l’attesa di arrivare in questo posto era quindi grande.

Quando arrivammo, Sergio era seduto sul piazzale, “è un posto orribile” fu il suo commento, Gian reagì sulla stessa lunghezza d’onda, io tentai di difendere il luogo per la grandiosità della concezione, ma i miei amici dissero che avevo torto. Durante il cammino fra di noi ci fu sempre un certo confronto: Gian e Sergio apprezzavano posti raccolti nei quali si potesse meditare, io non trascuravo anche segni grandi; loro apprezzavano San Francesco ed io facevo notare l’importanza dei benedettini.

In effetti il monastero faceva piombare nella tristezza e due fatti peggiorarono la situazione; la chiesa era chiusa e si poteva visitarla assieme al monastero solo in visite guidate a pagamento. Dulcis in fundo, il monaco alla foresteria era interessato solo a vendere ricordini. Pagammo il biglietto per visitare il monastero, ma dopo la visita il giudizio peggiorò.

Raggiungemmo Sarria, ma la tristezza per la delusione di Samos fu cosi grande, che non ci accorgemmo di trovarci in un posto importante sul Cammino, ricco di opere dedicate all’ospitalità. Solo una buona cena a base di carne alla brace ci rimise in uno stato d’animo se non buono, almeno aperto a ciò che il Cammino poteva riservarci nei giorni seguenti.

Quel giorno Sergio aveva comprato una buona guida del Cammino. Prima di addormentarmi la lessi con attenzione, desiderando trovare indicazioni su luoghi da vistare o particolari da osservare il giorno dopo.

La mattina successiva alle 8 eravamo già pronti; il fuso orario in Spagna è lo stesso che in Italia ma l’alba è quasi due ore dopo, quindi era ancora quasi buio. Ci avviammo verso la chiesa di Brigadelo poco distante da Sarria; per raggiungerla dovevamo deviare di qualche centinaio di metri dal Cammino. Incontrammo un discreto numero di pellegrini, ma tutti tiravano diritti senza deviare verso la chiesa.

Una chiesa con le croci del cimitero sul muro che la contornava, una canonica; questo era Brigadelo. Il posto cominciò a piacere a tutti, solo Sergio era disturbato dalla nuove tombe fatte costruire accanto alla Chiesa. Il cane che come in tutti i villaggi che avremmo attraversato nei giorni seguenti presidiava il posto senza impaurire i nuovi visitatori, segnalava la presenza di abitanti nella canonica. Così alzando un pò la voce dissi: “Senor!” e immediatamente marito e moglie uscirono sul sentiero.

Ci aprirono la chiesa, che anche all’interno conservava il suo stile romanico; mi colpì accanto all’ingresso l’accesso alle scale per il campanile, realizzato con un arco romanico di altrettanta cura e bellezza del portale principale. Volevo salire in cima al campanile ma Sergio e Gian mi invitarono a desistere.

La chiesa era ancora usata per la messa della domenica anche se il curato non viveva lì; la canonica -che un tempo ospitava celle per i monaci- era adesso l’abitazione della famiglia di contadini che custodiva la chiesa. Restammo un buon quarto d’ora a parlare con loro; erano stati in Italia durante un pellegrinaggio a Roma, ma avevano visto anche Firenze e Pisa. Questa conoscenza dell’Italia era comune a molte persone che incontrammo lungo il Cammino. Dissero anche che quando arrivavano pellegrini italiani erano in grado di capire i loro discorsi; lo stesso non capitava con tedeschi e inglesi. Ci sarebbe piaciuto continuare la conversazione e restare in quel luogo che aveva cancellato la tristezza di Samos, ma ci fu detto che dovevano tornare ad accudire il bestiame e i campi.

Gian notò che la grande simpatia reciproca fra il popolo spagnolo e quello italiano non porta ad iniziative comuni a livello di classe dirigente: “La CISL ha ospitato nel suo centro studi di Firenze Felipe Gonzales durante la dittatura di Franco, Andreotti si è prodigato per un pronto ingresso nell’Unione Europea dopo la caduta del regime, ma nonostante questi fatti il legame preferenziale della Spagna è con la Germania; anche durante una serie di incontri a Barcellona con sindacalisti spagnoli nell’ambito di un programma per l’Europa Mediterranea non ho percepito il pur minimo segno di unità.”.

Riprendemmo a camminare. Il sentiero, sempre sterrato e morbido al passo, era adesso completamente alberato e delimitato da muri a secco o da lastre di ardesia. C’era in questo ambiente ricco di vegetazione una presenza inaspettata che ne arricchiva la bellezza; la foschia, che si confondeva completamente con la luce del mattino.

Tutti i giorni successivi incontrammo nelle prime ore del cammino questa foschia, come una lode mattutina mi invitava a recitare l’Angelus.

A causa della vicinanza con l’Atlantico, la Galizia è una regione molto umida e questo spiega la foschia mattutina; le ore meridiane del giorno sono invece caratterizzate da un sole a martello. “In Galicia o hay sol o hay lluvia”, ci disse una ragazza spagnola.

Lasciata poco prima di Sarria l’ultima propaggine dei monti Cantabrici, il Cammino era completamente nella campagna galiziana. L’area è molto appartata, perché la direzione dei traffici è verso La Coruna, il centro economico più importante del Nord-Ovest della Spagna. Il Cammino passa un po’ a meridione di questa direttrice economica.

Quel giorno attraversammo una decina di villaggi con case ad un piano tutte in pietra e con tetti di ardesia. Il Cammino, sempre sterrato, li attraversava tutti e ad ogni villaggio il primo incontro era con il cane, che come faceva notare Gian aveva la coda rivolta verso l’alto: “Questa coda dei cani è segno di orgoglio come il cimiero del carabiniere Vittorio De Sica in Pane, Amore e Fantasia”. E dopo il cane, galli e galline liberi nei cortili o sul sentiero, mucche che pascolavano o che uscivano o rientravano nelle stalle accompagnate dagli abitanti.

Ci piaceva in modo particolare un tipo di abitazione che si trova in quasi tutti villaggi, una costruzione ad un piano di ampia estensione, di forma rettangolare ma dilatata per adattarsi ai sentieri del paese, qualche volta senza spigolo ma con un raccordo; il tetto con superfici non piane ma concave. Una tenda in pietra, nella quale si svolgevano molti aspetti sia della vita familiare sia dell’attività economica.

L’impressione era di trovarsi in un’importante area di documentazione della cultura celtica.

Al di là di questo giudizio, rende bene l’idea di ciò che si provava in quel giorno il contenuto di una telefonata di Gian con suo fratello Adriano. Questi chiamava tutte le mattine e dopo alcune informazioni sul nostro stato di salute ed eventuali consigli -il fratello di Gian è medico- la conversazione era dedicata alla descrizione della giornata. Quel giorno Gian disse a suo fratello:“Mi sembra di essere in Val d’Aveto o nei paesi vicino al passo del Bocco negli anni ‘50”. Quando era bambino Gian passava alcune settimane d’estate in quell’area di montagna dell’entroterra ligure.

Per quel giorno la sosta era prevista a Portomarin.

Quando vi giungemmo vicini, la cittadina si mostrava sulla costa di una collina; nell’ampio fondovalle doveva scorrere un fiume, ma non si trattava di un corso d’acqua bensì di un bacino artificiale realizzato negli anni ‘50.

Nella nuova località erano state trasportate solo due importanti chiese romaniche, le case erano tutte di nuova costruzione; nonostante questo l’ambiente non era anonimo e nelle vie c’era vita come negli altri paesi.

Nel tardo pomeriggio ciascuno di noi tre passeggiava per proprio conto nel paese. Dopo avere preso alcune informazioni sul posto dove mangiare quella sera, mi avviai verso la principale chiesa romanica che si trovava al centro della piazza del paese. La forma era strana, si trattava di un parallelepipedo, ma le tre dimensioni erano molto simili e la forma risultante era cubica. Il tetto piano era tutto merlato, per cui l’impressione finale era quella di leggerezza: il colore delle pietre in marrone chiaro e la giusta luce del giorno facevano si che nessuna sensazione di pesantezza fosse presente. Da alcune illustrazioni di libri di storia dell’arte, quella chiesa mi richiamava due influenze, quella portoghese e quella araba. Passai attraverso il bel portale romanico ed entrai in chiesa.

Gian e Sergio stavano pregando; fu la prima volta che li vidi così durante il cammino, mi chiesi quando sarebbe accaduto un momento simile per me. “Abbiamo meditato”, fu il loro commento all’uscita.

Quella sera, dopo le cene precedenti a base di carne, finalmente mangiammo polpo alla galiziana, morbido e ben condito; da quel giorno sarebbe stato una presenza costante alla nostra tavola.

La mattina dopo ci mettemmo in cammino con la sensazione di dovere fare una tappa di trasferimento, un puro camminare e invece dopo poco incontrammo, nella foschia mattutina, un altro villaggio in pietra, quasi più bello di quelli incontrati i giorni precedenti. Attorno ad una grande quercia c’era ogni specie di uccelli e Gian in uno stato d’animo felice mi fece notare, in quel concerto di suoni, il canto del pettirosso. Dopo alcune ore di cammino Gian notò una pernice in un ampio prato accanto ad una casa in pietra, e così dopo averne sentito parlare molte volte da un mio amico cacciatore finalmente potei vederla.

Ad un certo punto l’ampio Cammino sterrato si interrompeva a causa della costruzione di una superstrada che portava a Lugo. Ci dovemmo districare tra sbancamenti e nodi stradali, finalmente lo sterrato riprese e con esso la serie di villaggi. Giunti ad una spianata dove vi era una grande quercia, decidemmo di fermarci per una sosta. Poco dopo arrivò un gruppo di giovani spagnoli. Il Cammino è percorso per la grande maggioranza da giovani spagnoli; credo che rappresenti per loro il modo migliore di entrare nella maturità.

Alcuni indicarono una colonna in granito alta qualche metro con una croce alla sommità, accanto alla quercia: “Questa costruzione”, dissero, “ha la stessa età della quercia”. Così diceva la guida che leggevano con attenzione.

“Questa colonna deve quindi avere due o trecento anni”, commentò Gian. Osservando la croce e la figura umana scolpita all’incrocio tra le braccia era evidente la similitudine con i Calvari della Bretagna, con la differenze che questi non sono composti di una sola colonna ma sono gruppi scultorei più vari e di maggiore grandezza.

Dissi queste cose ai giovani spagnoli e questo rappresentò l’inizio di una conversazione sull’arte e sulla storia della Chiesa. Incontrammo più volte questi giovani anche a Santiago, ogni volta ci salutammo con cordialità memori della conversazione sui Calvari.

A poche centinaia di metri dalla quercia e dalla colonna c’erano alcune case: un uomo e una donna vestiti completamente di bianco osservavano le facciate; sembravano infermieri, cercammo l’ambulanza ma di questa nessuna traccia.

Si trattava di una coppia francese che si spostava di casa in casa seguendo l’indicazione di una guida, osservando iscrizioni e stemmi che documentavano la lunga vicenda storica del Cammino; non ci fecero una grande impressione.

Palas del Rei, la meta di quel giorno, era una cittadina di circa diecimila abitanti senza alcuna particolarità

Sergio, nonostante avesse detto che non avremmo più trovato un posto come l’”Hostal do Commerce” di Villafranca del Bierzo, fece capire che avrebbe provato a cercare se in quella zona vi fosse un bel posto per riposare e dormire. Pensando che fosse difficile trovare in un paese così recente un posto simile all”Hostal”, proposi di cercare un agriturismo (“casa rural”); non era una grande idea, ma non ne avevo altra.

Ci fermammo davanti ad un meccanico di auto, un interlocutore che per il grande traffico di clienti poteva forse fornirci qualche indicazione. Con nostra grande sorpresa ci disse che esisteva una “casa rural” nelle vicinanze, e ci indicò come arrivarci.

Seguendo le indicazioni del meccanico dopo poco trovammo un’ulteriore segnalazione; continuammo, ma non c’era più traccia di segnali e le strade nell’ampio territorio del comune di Palas del Rei continuavano a biforcarsi.

Era l’ora della siesta e non si trovava anima viva per chiedere qualche informazione.

Ad un certo punto scorgemmo a lato della strada una donna anziana seduta di fronte alla sua casa: chiedemmo con poca speranza se nelle vicinanze esistesse una “casa rural”; la donna rimase perplessa, mentre la nostra speranza di trovare il posto svaniva. Dall’altro lato della strada si udì una voce che con sicurezza diceva “San Breisciu”.

Un’anziana stava lavando i panni in un piccolo lavatoio; di fronte alla titubanza della nostra prima interlocutrice e alla nostra incredulità, essa ripeteva “San Breisciu”, là c’era una casa rurale.

Due erano le cose sorprendenti. Innanzi tutto il suono familiare di questa lingua, che non era lo spagnolo, e che mi faceva sentire a Sestri Levante, quasi stessi udendo una conversazione in dialetto, fra due donne sulla spiaggia che si confrontavano in modo deciso in merito ad un problema; stavamo avendo il nostro primo incontro con la lingua della Galizia, che ha molte somiglianze con il portoghese.

Anche la donna che ci stava indicando dove era la casa rurale era sorprendente; una persona molto anziana ma attiva, che dimostrava piena conoscenza di tutto ciò che accadeva nel suo ambiente. Ci incamminammo verso “San Breisciu” e fra di noi commentavamo che quella donna era stata risolutiva ed efficace come la era stata la suora cappellona, dell’ordine di San Vincenzo de Paoli, nel fare scendere il matto dall’albero nel film “Amarcord” di Fellini. Due o tre curve ed apparve un villaggio di poche case; sul cartello stradale era scritto “San Breixo”.

Lì c’era la “casa rural”; l’aspetto sembrava quello di un raffinato cottage inglese. Suonai e venne ad aprire una giovane donna non molto alta, con un viso aperto e cordiale che faceva dimenticare le dimensioni non esili, ma nemmeno eccessive della sua corporatura.

Le camere, anzi, una camera con tre letti come per tutte le altre sere del Cammino, era disponibile ad un prezzo per niente caro. Chiesi se si potesse cenare e di fronte alla sua risposta affermativa, allo scopo di invitarla a preparare qualche cosa di buono, le dissi “una comida sensilla ma echa con el corazon”. La sua risposta fu che c’era un solo menù, “Sopa de fidel e filete de ternera”, ma l’espressione del viso diceva che non c’era da preoccuparsi.

A Sergio il posto piaceva e stava a guardare galli, galline e tacchine sul prato, mentre una mandria di mucche rientrava nella stalla. L’ambiente era pastorale, ma non romantico.

Una volta rinfrescati tornammo a Palas del Rei, per comprare rullini fotografici. Entrammo in un emporio e guardando le cartoline fui sorpreso da una relativa ad una bella chiesa romanica. Era la Chiesa di Villar de Donas. L’avevo notata sulla guida e speravo di incontrarla nel Cammino di quel giorno, ma era a circa due chilometri a lato e nessuna indicazione l’aveva segnalata.

Proposi di andare e tutti e tre d’accordo, ci avviammo.

Dopo alcuni chilometri da Palas del Rei, trovammo la segnalazione, in viola chiaro usata per i beni culturali, di Villar de Donas. La chiesa di dimensioni non eccessive, con le sue pietre di granito chiaro ricche di quarzo, risplendeva nell’intensa luce gialla ma non umiliava il paesaggio circostante, ricco del verde degli alberi radi sul terreno e del giallo dei campi.

Intorno vi erano alcune case in pietra; il posto era molto bello, ma la chiesa era chiusa. Mentre stavamo guardando apparve un uomo sulla sessantina che ci chiese se volevamo vedere la chiesa; alla nostra risposta affermativa la aprì e ci fece entrare.

L’interno stupì tutti e Gian ripeté per la seconda volta la frase “Questo posto vale il viaggio”. La guida ci disse che si trattava di una delle chiese più importanti del Cammino.

Vi erano legati due ordini cavallereschi, quello di Gerusalemme e quello di Santiago; in vari punti dell’interno erano scolpiti gli stemmi degli ordini. Alla fine della visita chiedemmo alla guida se fosse anche il custode della chiesa; non era né l’uno né l’altro, era un pensionato nato lì che aveva sempre amato e studiato quel posto e quando arrivavano dei visitatori li guidava nella visita alla chiesa.

Volevamo dare una ricompensa a quell’uomo, ma egli ci indicò la cassetta delle offerte come la destinazione più adeguata per il nostro contributo, quasi che il suo ideale di servire il posto in cui era nato andasse svolto in povertà. Una buona cena preparata da mani di donna più che dalla sapienza di cuoco concluse la giornata. E’ opportuno ricordare il dessert, il formaggio fresco e la marmellata di mele cotogne.

La mattina dopo ci mettemmo in cammino dopo avere salutato con commozione la giovane donna che gestiva la “casa rural”. Dopo un’ora eravamo a Melide, la località più importante che si attraversava quel giorno. Melide era stato un importante posto di sosta per il pellegrini; adesso l’ospitale e la chiesa erano le uniche parti antiche di una cittadina composta da edifici nuovi. Sulla piazzetta della chiesa fui sorpreso da una donna che portava in una ampia bacinella i panni a stendere.

Lasciata Melide, il Cammino si svolgeva, prima di arrivare ad Arzua, in boschi di eucalipto.

Gian ed io camminavamo per lunghi tratti in silenzio. Poco prima di arrivare ad Arzua si attraversano due o tre ripide colline, ma il sole non era intenso e non ci affaticammo. In cima ad una collina apparve davanti a noi una bella valle verdeggiante. Arzua era sulla collina della riva opposta. Secondo Gian gli eucalipti e questa valle avevano reso questa giornata riposante.

Prima di arrivare ad Arzua, proprio in riva al fiume, c’era un bel “pueblecito”: tre case in pietra, una chiesa e l’ospitale.

Dopo avere trovato da dormire, verso le cinque della sera andammo verso il centro del paese.

Nel punto di informazione per i pellegrini la giovane volontaria, con un cartellino che dimostrava la sua appartenenza alla Arciconfraternita di Santiago de Compostela, ci disse che alle sei ci sarebbe stata una visita alle chiese di Arzua. Mancava poco e con Sergio e Gian decidemmo di aspettare.

Il vicolo nel quale ci trovavamo, era interessante. Le case erano basse ed abitate anche al piano della strada; Sergio riprese alcune donne anziane fuori dalla porta che si godevano le ultime ore di sole e facevano lavori a maglia. Alle sei con una ventina di altri pellegrini, quasi tutti spagnoli, visitammo la chiesa principale; la giovane volontaria ci disse che era stata eretta negli ‘50, al posto di un'altra non più sufficiente.

La chiesa non aveva alcun valore artistico ma ci fu illustrata in ogni dettaglio enumerando e descrivendo le statue dei Santi presenti. Dopo la chiesa principale, vedemmo una piccola cappella del XV secolo, ora adibita a spazio per mostre o concerti.

Passammo una bella ora insieme con tutti i pellegrini e così chiesi alla volontaria se un simile momento ci sarebbe stato anche a Santiago; mi rispose affermativamente fornendomi tutte le indicazioni.

Prima di mangiare ci sedemmo sulla ampia piazza del paese; l’ambiente era bello, abitanti e pellegrini all’ombra degli alberi si godevano un vivo riposo. Ad un certo punto un signore invitò un gruppo di pellegrini ad alzarsi e ad incamminarsi per andare a dormire: “Manana a Santiago”, questa era la sera della vigilia.

Il Cammino da Arzua a Santiago si svolge nella prima metà ancora attraverso boschi di eucalipti.

Con Gian ci fermammo per la prima sosta in una bella radura, fresca della umidità del mattino. Gian mi aveva sempre parlato di periodi della sua giovinezza trascorsi a Napoli; ancora oggi ha dei collegamenti con quella città. Gli chiesi di raccontarmi la ragione di questi legami. Partì da lontano. I suoi antenati erano di Masone, c’erano poi tracce di presenza a Genova come liutai. Lo invitai a concentrarsi su Napoli.

“Mio padre era in Marina durante la seconda guerra mondiale, e si trovava a Napoli durante l’8 settembre. Per non cadere nelle mani dei tedeschi, cercò rifugio in qualche luogo; lo accolse e lo tenne nascosto una famiglia. Quando Napoli fu conquistata dagli alleati mio padre si unì agli inglesi e lavorando con loro contribuì a sfamare la famiglia che lo aveva accolto. Questa era composta da padre, madre e sette figli tra maschi e femmine; mio padre sposò la più grande e finita la guerra tornò con sua moglie a Lavagna, dove viveva prima di partire per il servizio militare. E così molte volte da bambino e da giovane andavo a Napoli e vivevo in casa con i nonni. Che ambiente interessante quella casa! In ogni città è difficile che mi perda perché ho imparato a girare da solo per i quartieri Spagnoli. Le commedie di Eduardo, specie Natale in casa Cupiello, me le rivedo spesso.”

Affrettammo il nostro cammino, tutto ripidi saliscendi. Ormai, finalmente, arrivammo al Monte Gozo, il Monte della Gioia, l’ultima sosta dalla quale si vede Santiago.

Sergio era ad attenderci e ci disse che quello era veramente un bel posto; il tono era lo stesso con il quale aveva parlato a “O Cebreiro”. Su suo consiglio ci mettemmo a piedi nudi e passeggiammo sulla collina; ci stendemmo poi per una buona mezz’ora sul prato. Chiedemmo ad una ragazza francese, che col furgone accompagnava i suoi genitori che raggiungevano Santiago in mountain bike, di fare una fotografia a noi tre assieme; restituimmo il favore fotografandola con i suoi genitori.

Ci incamminammo sulla discesa verso Santiago, a sei chilometri, con la stessa decisione di un ciclista che scalato l’ultimo passo della tappa vede in fondo alla valle il traguardo.

Gian andava davanti ed io dietro, non parlavamo più. Giunti alla periferia della città la strada riprese a salire. Da quando avevo iniziato il Cammino non avevo mai meditato e pregato seriamente; promisi a me stesso di restare nella cattedrale almeno un’ora, anche se mi sembrava difficile mantenere il proposito perchè mi sarei sicuramente distratto.

Camminando nei quartieri nuovi della città, poco distante dall’area vecchia, mi venne una idea che mi tranquillizzò; avrei pregato per quelle persone che mi avevano colpito da quando ero piccolo e dopo averne ricordato il nome dopo avrei recitato un’Ave Maria per ognuno di essi.

La sera prima avevo visto la Porta del Cammino sulla pianta della città, ma di questa non vi era nessuna traccia. Non era infatti una vera Porta, ma l’inizio di un percorso che portava alla Cattedrale. Nonostante il disorientamento seguivo Gian che mi sembrava sicuro; vedemmo poi la facciata orientale della Cattedrale e dopo avere attraversato un portico giungemmo sulla piazza principale.

Io non ero convinto perché non vedevo “il Portico della Gloria”, che appare in tutte le pubblicazioni su Santiago.

Volevo girare intorno alla chiesa per trovare il portico; Gian mi invitò a salire sulla scalinata, sulla quale c’era un discreto passaggio di pellegrini. Fatta la scalinata e passata la porta, apparve immediatamente il Portico della Gloria, oltrepassato il quale si entra in chiesa. Eravamo stanchi ed il caldo si faceva sentire, apprezzammo per niente di quel luogo. Uscimmo dopo una breve preghiera.

Dopo esserci rinfrescati e riposati in una pensione, tornammo alla Cattedrale in uno stato meno affannato.

La piazza dell’Obradorio, di fronte alla facciata principale, era in un momento di grande bellezza; alcuni pellegrini stavano seduti sulla lunga banchina in granito che la limita a settentrione; il sole al tramonto dava la giusta luce alla cattedrale, ed un bel cielo chiaro ma non etereo completava la volta di questo scorcio. Passeggiammo per le calli vicino alla cattedrale; ad un incrocio c’era una banda che suonava.

Restammo ad ascoltare tre o quattro pezzi dietro la sezione degli strumenti a percussione; un tamburo, un tamburino e le nacchere. Vedevamo il direttore di fronte a noi. Osservai con cura le bacchette di varie dimensioni con le quali si batteva sul tamburino, quelle più pesanti per ritmi più pronunciati, quelle molto leggere per inserire un battito d’ali nei suoni dell’orchestra.

La giornata successiva, trascorsa interamente a Santiago, ebbe due momenti caratterizzanti.

A mezzogiorno si celebra la Messa del Pellegrino. Entrammo in chiesa puliti e ordinati, quasi vestiti a festa; le panche della navata centrale erano tutte occupate prima dell’inizio. La messa era concelebrata da un sacerdote del capitolo dalle cattedrale e da altri giunti in pellegrinaggio. All’inizio il sacerdote diede notizia di tutti i pellegrini giunti a Santiago che assistevano alla Messa. Alcuni avevano percorso una distanza più breve di noi; erano partiti da Sarria, da Leon, da Burgos, dai Pirenei. Menzionò i pellegrini giunti in pullman; quel giorno era presente un gruppo di Ravenna, uno proveniente dalla Polonia ed uno dall’Inghilterra.

Iniziò poi con voce chiara ma non imperiosa la celebrazione della messa. La liturgia di quel giorno era la “Virgen des Dolores” ed il vangelo era tratto dal discorso del vecchio Simeone alla presentazione al tempio di Gesù, quando la Madonna ode le profezie sulla morte del Signore.

La Messa poi proseguì in tono semplice e solenne; una suora con voce di domanda eseguiva i canti. Prima della benedizione finale notai un certo andirivieni attorno all’altare, si stava preparando qualche cosa; il celebrante disse che si svolgeva la cerimonia del botafumerio, il grande turibolo di 57 chili che incensa la chiesa ed i pellegrini. Si tratta di una grande cerimonia che io pensavo si svolgesse solo in occasioni particolari, invece avveniva ogni giorno per la messa del pellegrino. Pensavo che esistessero due grandi turiboli, uno per le occasioni speciali ed uno per il tempo feriale, invece ne esisteva uno solo e veniva usato tutti giorni.

Il grande turibolo cominciò ad oscillare, attaccato alle corde fissate alla volta. Le oscillazioni si ampliavano fino ad estendersi per tutta la larghezza del transetto; l’incenso si diffondeva nella chiesa ed arrivava ad ogni pellegrino.

Una grande invenzione per esprimere il dono della grazia e grande giustizia distributiva; la Chiesa Cattolica non ha il senso dell’uguaglianza, ma a tutti riserva gli stessi benefici.

La messa e tutto il Cammino rappresentano un momento di universalità; un momento di visibilità della città di Dio pellegrina sulla terra, usando le affascinanti parole di Sant’Agostino.

Si è tanto distanti da questa universalità donata ma alla quale è richiesta la nostra cooperazione che quando si incontra qualcuno si chiede: “Where do you come from?”, “De donde viene?” e la risposta è “France”, “Denmark” “Allemana”.

Al termine della messa mi fermai in chiesa. Uscito incontrai Gian e Sergio che mi dissero: “Mentre eri in chiesa è accaduta una cosa bellissima; un gruppo di giovani pellegrini spagnoli arrivati a passo sostenuto si sono fermati davanti all’entrata, si sono tolti il berretto e hanno gridato Ola!”.

Il secondo momento forte della giornata a Santiago è rappresentato dalla visita di due ore con una guida.

Alle cinque del pomeriggio uscimmo dall’albergo e ci incamminammo verso il punto di incontro passando per Rua das Hortas, attorno alla quale stanno case bellissime con tetti rossi; si tratta di un quartiere ai piedi della collina di Santiago vera e propria, non attorno all’area della cattedrale.

L’appuntamento con la guida era fissato per le sei di fronte al Banco di Spagna; aspettavamo con non più di dieci persone, tutti spagnoli eccetto noi tre, ma di guida non c’era traccia. Parlavamo fra di noi, quando notammo davanti alla sede del Banco un uomo tra i cinquanta e i sessanta, con una giacca tipo sahariana, leggermente curvo su di un bastone rappresentato da un ombrello giallo; il colore “amarillo” era l’identificazione della guida e la visita ebbe inizio.

La guida ci illustrò il posto nel quale eravamo, Praza das Praterias, dal nome dell’associazione medioevale degli argentieri che vi lavoravano. Uno splendido ambiente parte dal portico tardo-romanico della facciata sud della cattedrale; scendendo la scalinata si ha di fronte una meravigliosa fontana medioevale, oltre la quale vi è una casa con una facciata molto elaborata dal cui lato destro parte una bella calle. La casa in realtà non esiste, c’è solo la facciata realizzata nell’ottocento a cura del capitolo della cattedrale; fu realizzata per abbellire l’ambiente e togliere dalla vista i muri laterali delle case le cui facciate si trovano sulle calli che si dipartono dalla piazza. La costruzione è larga un metro: “Hay ventanas ma non hay casa” commentò la guida, che poi ci portò in Calle della Reina così chiamata dalla regina Isabella del Portogallo che attraverso quella via raggiungeva la Cattedrale.

Alla fine della Calle della Reina, inizia “Calle do Franco”, il nome non ha nulla a che fare con il generale Franco, ma con i pellegrini francesi. Ripercorremmo “Calle de la Reina” in senso inverso, attraversammo un angolo di “Praza das Praterias” e ci immettemmo nella piazza antistante la facciata occidentale della Cattedrale: “Praza do Obradorio”. La guida fece notare la radice Obra (opera), l’opera degli scalpellini in pietra. La facciata è in stile barocco ma il senso non è di pesantezza, piuttosto si apprezza la sensazione di acuta verticalità.

Il campanile di destra è occupato dalle campane, mentre quello di sinistra da una specie di tamburo di legno sul quale urtano martelli di ferro, viene usato il Venerdì Santo quando, come diciamo noi, le campane sono legate e i suoni permessi sono quelli dei chiodi sul legno della Passione del Signore. In Liguria non c’è un campanile dedicato, ma i giovani, alle ore più importanti, in passato andavano nelle vie a suonare la “scribatua”: una tavola di legno con due maniglie in ferro che vi battevano contro.

A destra della cattedrale il chiostro con la terrazza in stile rinascimentale: “Proprio bella”, commentò Gian. Da quella terrazza, durante una trasmissione televisiva, vidi suonare le cornamuse, caratteristiche anch’esse della Galizia. Definiva l’angolo tra le due piazze visitate uno strano campanile del Seicento, con la cupola fatta di tante lamelle di pietra a superficie decrescente. La guida citò come possibile ispirazione quella dei templi Azteca.

Entrammo poi nell’“Hostal dos Reis Catolicos” una lunga costruzione di due piani, con portico istoriato, che rappresenta la facciata settentrionale della piazza.

Una volta unificata la Spagna, Isabella e Alfonso giunsero in pellegrinaggio a Santiago; colpiti dalle condizioni all’interno della chiesa, dove i pellegrini sostavano giorno e notte, decisero di realizzare questa costruzione per l’ospitalità. Dagli anni ‘50 è proprietà dello Stato, che lo ha dato in gestione come Hotel. La guida fece notare che dell’antica destinazione era rimasto solo il diritto per i primi dieci pellegrini che ogni giorno arrivavano a Santiago, di avere un pranzo nella cucina dell’albergo: “Una sopa e despues non mariscos ma pescado” (zuppa e dopo pesce e non frutti di mare).

Al seguito della guida tutti gli ingressi riservati si aprivano e cosi visitammo quattro cortili interni, con fontana al centro e tutti in stili diversi. La guida, tra una sigaretta e l’altra, narrava con precisione; le battute sugli episodi curiosi alleggerivano la visita. Dalla descrizione emergeva il grande fascino di ciò che si visitava e l’amore intenso, nutrito da uno sguardo e uno studio quotidiano, della guida per la città. Chiesi alla guida del suo amore ed interesse; mi rispose che studiava Santiago da quando era giovane e che aveva conseguito una laurea in storia medioevale.

Santiago è da vedere ogni giorno, è una grande e varia opera ed emergono sempre aspetti diversi. Dopo essere usciti e avere fiancheggiato il lato settentrionale della cattedrale ci avviammo verso il grande complesso benedettino di San Martin del Pinario, separato da una calle dalla Cattedrale; Pinario deriva dal bosco di pini preesistente. Il monastero aveva la responsabilità di tutti gli ospitali, dalle Asturie ai Pirenei a Cadice.

Tra il capitolo della cattedrale ed il monastero ci furono contrasti; ai benedettini fu impedito di realizzare un campanile che poteva mettere in secondaria importanza la cattedrale. Infine, il campanile fu realizzato molto piccolo presso una casa di abitazione, il cui proprietario aveva offerto la sua disponibilità ai benedettini. La guida ci fece entrare nella chiesa benedettina, raccomandandoci discrezione; c’era una matrimonio e se il parroco avesse notato la guida, il giorno dopo ci sarebbe stato un rimprovero.

La guida poneva molta attenzione a non disturbare le funzioni religiose; entrammo in Cattedrale quando la messa era finita. Narrò la storia dell’apostolo Santiago, evangelizzatore della Spagna, che rientrò a Gerusalemme per il primo Concilio e là venne decapitato. I suoi discepoli portarono il corpo, nella penisola iberica e scelsero per la sepoltura la Galizia, posto appartato in epoca di persecuzioni. La guida disse che molte leggende erano connesse con il trasporto del corpo di Santiago; in una in particolare si narra che sia avvenuto in una nave di pietra. Nel nono secolo un fenomeno luminoso indicò dove si trovavano i resti dell’apostolo; lì venne eretta una prima chiesa, e nel 1100 l’attuale costruzione romanica.

La guida fece notare che si trattava di una forma romanica strana a causa della presenza delle tribune superiori, che ospitavano i pellegrini. Dopo i tentativi arabi di ottenerne il possesso, specie ad opera di Almonzor, con l’unificazione spagnola i problemi non finirono. All’epoca dello scontro con l’Inghilterra, quando Francis Drake pirateggiava le coste della Galizia, il corpo di Santiago fu spostato di tre metri in un posto sconosciuto; fu ritrovato solo nell’Ottocento.

Visitata poi la cripta con la cassa d’argento, andammo alla porta santa che si apre nei giubilei jacobei sulla “Praza da Quintana”, sulla facciata orientale della cattedrale. I giubilei jacobei si svolgono nell’anno nel quale la Festa di San Giacomo, il 25 Luglio, cade di Domenica.

Uscimmo dalla cattedrale dal portico meridionale e ci trovammo di nuovo in “Praza das Praterias”; erano passate le otto di sera. Ringraziammo e salutammo la guida, la quale ci disse che andava a dissetarsi dopo avere parlato per due ore. Avevamo girato per due ore in un raggio di cento metri dalla Cattedrale; dissi alla guida che Santiago di Compostela non doveva occupare una area molto più grande di quella attraversata, e mi rispose fu che fino al secondo dopoguerra Santiago de Compostela era un tranquillo borgo medioevale; l’espansione della città iniziò nel 1965, quando fu riscoperto il pellegrinaggio.

Con Gian e Sergio ci offrimmo una cena migliore delle precedenti; il mattino seguente, dopo avere acquistato il bastone del pellegrino per i miei figli ed un amico, andammo in macchina verso la costa atlantica. Dopo avere consultato la guida della Galizia comprata il pomeriggio precedente, decidemmo di andare a Murros.

Dopo un’ora di macchina cominciarono ad apparire i fiordi galiziani; durante l’alta marea il mare entra negli estuari dei corsi d’acqua.

L’approccio al mare e alla costa non è improvviso come in Liguria, dove una volta oltrepassato il Turchino appare, quasi sotto a chi guarda, un’ampia fascia costiera ed un orizzonte marino illimitato. In Galizia c’è una ampia area occupata da dolci promontori ed ampie baie, dove il mare si insinua senza dominare.

Murros è situata ai piedi di un promontorio, in una baia protetta dalla quale non si vede l’Oceano Atlantico. Girammo per le calli che dalla strada costiera salgono in tutte le direzioni, verso il promontorio. L’assenza di vento e la bella giornata ci facevano sentire in primavera.

Salimmo alla chiesa di San Pedro, la parrocchiale romanica, con archi un po’ acuti che davano freschezza all’ambiente. Gian e Sergio dissero che era bella e soprattutto viva. Era la parrocchia del paese. Sulla porta della chiesa notai un avviso relativo ad una festa religiosa che si svolgeva a Muxia, la solennità della “Virgen de la Barca”. Troppi erano i punti di incontro con la Madonna del Soccorso che si celebra a San Bartolomeo, una parrocchia di Sestri Levante, specialmente dedicata a pescatori e marinai.

Siamo abituati ad una concezione della universalità della Chiesa Cattolica a livello di autorità e di dottrina e non la si riscopre a livello popolare e delle feste religiose. Se fossimo riusciti ad andare a Muxia, avremmo preso dei contatti e della documentazione, che si poteva illustrare nella festa della Madonna del Soccorso a San Bartolomeo.

Proposi di andare a Muxia, ma Sergio e Gian furono pacatamente inflessibili: “Natalino, un posto ne richiama un altro, di questo passo a casa non ritorniamo più.”.

Non avevamo ancora visto l’Atlantico, così ci rimettemmo in macchina e, attraverso una strada stretta, oltrepassammo il promontorio di Murros ed arrivammo a Louro; l’oceano non era ancora visibile. Dopo poco cominciammo a vedere qualche cosa; una laguna chiusa da una duna, da un lato un promontorio, dall’altro lato l’oceano. Era di più di quello che cercavamo; ci fermammo, attraverso un sentiero quasi coperto dall’erba raggiungemmo la laguna, un velo d’acqua sopra la sabbia. I pesci lasciavano sulla superficie le scie delle loro traiettorie; di fronte a noi un’ampia spiaggia e le onde dell’oceano potenti ma non minacciose.

La spiaggia era completamente ricamata dalle orme dei gabbiani; andammo a mettere i piedi in acqua. Il fondale aveva lo stesso aspetto della farina prodotta da un mulino; la sabbia era bianca con delle particelle color marrone, l’acqua pur trasparente aveva una sua consistenza.

Sergio riprendeva le orme dei gabbiani; Gian disse che questo posto sarebbe piaciuto a sua moglie, educata da un nonno nostromo di navi oceaniche. Si mise a cercare conchiglie da portare a casa in ricordo di questo viaggio a Santiago, insieme con i minerali di quarzo raccolti quando attraversavamo i villaggi in pietra.

Ci fermammo sulla spiaggia a parlare per una buona ora e Sergio disse che ciascuno aveva potuto compiere il viaggio grazie all’intervento attivo degli altri due. Gian notò che una cosa di questo genere non si poteva pensare di ripeterla l’anno successivo.

Ci rimettemmo in macchina. Saremmo ripartiti da Madrid due giorni dopo, passando, su consiglio di Gian, per Leon e Salamanca. A mezzanotte, sulla Plaza Major di Salamanca, gustando aguardiente, servito con la stessa cura di un armagnac di alta qualità, Sergio disse: “Sono stati giorni belli ed importanti.”.

Il fratello di Gian, Adriano era ad attenderci all’aeroporto, ascoltò i primi ricordi. Di fronte a casa mia, mia moglie ed i miei figli mi aspettavano con lo stesso sguardo che avevano quando mi allontanavo per un lungo periodo per motivi di lavoro. Mia moglie ripetè ai vicini che erano sulla porta le frasi che mi avevano convinto a partire: ““Queste cose dopo averle pensate occorre decidersi a farle.”. Alcuni giorni dopo Gian mi telefonò: “Natalino, ho una bella notizia; un gruppo andrà il prossimo anno a Santiago, gli ho consigliato te come guida”.

La proposta non mi dispiace.



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