Le conoscenze attuali sulla stregoneria sono frammentarie; sebbene siano state compiute ricerche su manifestazioni di questo fenomeno in varie epoche e paesi, manca una base concettuale in virtù della quale poter confrontare i vari studi.
Per formulare un quadro di riferimento, il professor Rowland si è valso come soggetto di studio della stregoneria inglese, la quale presenta alcune peculiarità.
Nei verbali relativi a processi o negli opuscoli seicenteschi relativi alla stregoneria inglese, non compaiono quasi mai riferimenti al sabba o al volo.
Questo aspetto andrebbe studiato comparativamente ai fenomeni continentali della medesima epoca: tuttavia, la mancanza di un sistema analitico preciso rende incerti sulla natura reale del problema.
E’ dubbio se debba ritenersi notevole il fatto che le streghe inglesi non volassero, o piuttosto che quelle continentali lo facessero; inoltre, la stessa differenza è in sé difficile da comprendere, essendosi verificata in un’ambito culturale sostanzialmente omogeneo.
Il problema è riconducibile ad una tematica più vasta, ovvero il modo in cui gli storici odierni affrontano fonti ed episodi che nacquero in una cultura oggi scomparsa.
Dall’osservazione di comportamenti da noi giudicati irrazionali è scaturito un atteggiamento di preclusione; Lucien Fevbre sosteneva l’impossibilità di discutere dell’operato degli uomini del XVI-XVII sec. nei confronti della stregoneria, perchè essi vi credevano mentre noi non pensiamo che abbia avuto realmente le prerogative attribuitele.
Questa opinione però non è sufficiente quando sia necessario risolvere un quesito come quello sopra esposto.
Su ciò che si pensava che le streghe fossero e sui poteri che si presumeva avessero abbiamo molte informazioni, ma non altrettante sono disponibili su cosa esse facessero realmente.
Questa circostanza, originata dal fatto che i testi di cui disponiamo sono stati elaborati nell’ambito della repressione della stregoneria, è stata ritenuta da molti studiosi un ostacolo alla nostra conoscenza di quel fenomeno.
Dal 1937 gli antropologi hanno studiato la stregoneria in molte società africane, traendone conclusioni in qualche misura utili anche per la comprensione di manifestazioni analoghe verificatesi nel passato.
Nelle società dove sono stati effettuati questi studi, molto spesso la stregoneria simboleggia le forze negative, ed è inserita nelle concezioni religiose; essa costituisce allo stesso tempo una sorta di istituzionalizzazione della trasgressione, un rovesciamento dei costumi.
La caratterizzazione degli stregoni, a volte molto precisa, non si riflette però sul modo in cui gli individui che si ritengono colpiti da maleficio cercano di individuare il responsabile.
Come è stato riferito nel corso del primo seminario, il colpevole viene ricercato fra coloro che abbiano motivi di rancore nei confronti della vittima: formulata un’accusa, i rapporti dell’imputato con la parte offesa e con gli altri membri della comunità decidono della sua colpevolezza.
Questa contraddizione fra ciò che viene creduto e la prassi adottata deriva dalla duplice funzione svolta dagli stregoni.
A livello più generale essi giustificano l’esistenza del male e della cattiva sorte, mentre nella vita quotidiana sono la causa delle disgrazie dei singoli, e sono individui nemici degli altri per sé stessi.
Tale duplice concezione è palesata dalla credenza di alcune società che esistano stregoni notturni (night-witch), dai tratti fantasiosi, che incarnano il male, e stregoni “normali” (everyday-witch) che hanno caratteristiche attribuibili a molti, e sono nemici dei singoli.
Le accuse di stregoneria, facilmente osservabili, sono stati uno degli aspetti del fenomeno sul quale più si sono focalizzati gli studi degli antropologi.
Principalmente sono emerse due tendenze: la prima linea interpretativa ha tentato di riportare la credenza nella stregoneria al contesto più ampio delle concezioni religiose di una determinata cultura.
La seconda ha cercato invece di approfondire le connotazioni sociologiche delle vittime e degli accusatori.
Le due analisi sono complementari; perché si verifichino accuse di stregoneria è necessario che si creda nella sua esistenza, e perché ciò avvenga vi devono essere streghe o stregoni individualmente riconosciuti.
Gli studi antropologici compiuti in Africa hanno portato a delle categorie analitiche utilizzabili anche nello studio relativo all’Europa medievale e moderna.
La demonologia della Chiesa forniva il quadro concettuale all’interno del quale era inserita la repressione delle singole streghe; la loro azione, per essere sanzionata, doveva essere messa in relazione con l’operato delle night-witches.
Fra gli studi sulla stregoneria europea spiccano quelli di Joseph Hansen e di H. C. Lea.
Questi autori furono colpiti dalla diffusione, anche fra gli strati più colti della società, della credenza nella stregoneria.
La “follia delle streghe” (“witch-madness”) durò dal Trecento fino al Settecento, e fu alimentata dalle persecuzioni, che scatenavano sospetti ed accuse.
L’attenzione degli studiosi si è rivolta all’individuazione di una causa razionale che giustificasse l’insorgere ed il dilagare di un tale fenomeno, ed anche sulla dinamica della repressione.
Generalmente, si pensava che solo circostanze eccezionali avessero potuto oscurare la razionalità dei più ingegnosi uomini dell’epoca, che il dibattito fra chi credeva nella stregoneria e chi era scettico fosse destinato a dare ragione a questi ultimi, e che le streghe fossero un frutto dell’immaginazione collettiva.
I quesiti scaturiti da tali convinzioni non hanno avuto una risposta soddisfacente, ed anche successivi lavori compiuti in regioni circoscritte hanno ottenuto l’unico risultato di aprire altre questioni.
La comparazione fra stregoneria africana ed europea pone in luce una significativa differenza fra le due.
Nelle culture tribali studiate dagli antropologi, coloro che vengono accusati di aver operato dei malefici non sono mai accusati di volare, di aver mangiato carne umana o di alcuna delle caratteristiche attribuibili ai night-witches: in Europa, al contrario, era proprio sull’aver commesso simili azioni che s’incentrava il processo.
Inoltre, in Africa l’accusato riconosciuto colpevole poteva in molti casi riconciliarsi con la vittima, e solo raramente era allontanato dalla comunità.
Con il colonialismo questa flessibilità, tipica di un diritto non formale, è venuta meno.
In Europa, invece, la procedura penale derivante dal diritto romano richiedeva la precisazione del tipo di crimine, e non prevedeva -una volta stabilita la colpevolezza- ampi margini di discrezionalità nella determinazione della pena.
E’ stato osservato, comunque, che spesso l’accusa iniziale era di “maleficium”, e che solo in un istanze di giudizio superiori i giudici indagavano sull’eventuale partecipazione dell’imputata a sabba, o sull’uso di poteri demoniaci.
In Inghilterra, come hanno dimostrato gli studi di Alan Macfarlane, i processi contro le streghe derivavano quasi sempre da danni alle persone o alle proprietà, ed i giudici cercavano di stabilire se l’accusata fosse o meno colpevole, senza indagare sulla natura dei suoi poteri.
Macfarlane, constatata la mancanza di riferimenti alla rappresentazione collettiva della stregoneria nel caso dell’Inghilterra, ha trascurato la comparazione con i processi europei e si è volto ai casi africani.
Confrontando fra loro i tre modelli considerati, è possibile vedere che è proprio il modello inglese a discostarsi dagli altri.
In Africa, la relazione fra le caratteristiche delle persone accusate di stregoneria e l’idea collettiva che si ha degli stregoni è metaforica; descrive i loro poteri, ma non viene impiegata per identificarli.
Nell’Europa continentale, si faceva riferimento esplicito alle rappresentazioni simboliche delle streghe, accusandole di azioni fuori dalla norma, e la confessione di tali crimini giustificava l’applicazione di sanzioni.
In Inghilterra, si accentuavano gli aspetti interpersonali dell’azione delle streghe, che venivano condannate sulla base dei danni inflitti ad altri, e non in virtù dei loro poteri.
Questa peculiarità era attribuibile, secondo il professor Rowland, al ruolo centrale del singolo nella società inglese dell’epoca.
Molte delle confessioni di stregoneria raccolte in Europa nel periodo compreso fra tardo XV sec. e la fine del XVII. sec. ricalcano il medesimo schema.
Solitamente, la strega affermava di aver incontrato il diavolo, di essersi data a lui in anima e corpo, e di essere stata trasportata al sabba con mezzi innaturali.
Là aveva adorato Satana, e compiuto atti rituali che rappresentavano il capovolgimento della normalità: usualmente, la strega indicava anche alcune persone che diceva di aver riconosciuto al sabba.
L’accusata asseriva che, dopo essere ritornata al luogo di residenza con mezzi innaturali, aveva perseverato nella pratica di offese alla religione, e danni alle persone o alle proprietà.
E’ degno di nota il fatto che questi elementi siano ricorrenti in epoche e luoghi differenti.
Una comparazione sistematica rivelerebbe alcune variazioni regionali, e porrebbe altresì in risalto come, verso la fine del Seicento, le confessioni divennero sempre più elaborate.
I contemporanei ritenevano che queste similitudini provassero l’esistenza di culti satanici, mentre gli storici razionalisti del XIX sec. le hanno imputate alla tortura ed all’uso da parte dei giudici dei medesimi testi-guida per l’interrogatorio.
Più recentemente si è acquisita la consapevolezza di non poter esprimere ipotesi basandosi sulla mentalità attuale, dal momento che molte delle imputate credevano di aver commesso ciò che confessavano.
Lasciando da parte le possibili cause esterne della somiglianza fra le confessioni (coercizione, un’unica demonologia), si può individuare nella struttura narrativa un elemento che sicuramente accomuna le varie deposizioni.
Anche quando le deposizioni erano ottenute tramite un interrogatorio pressante, si cercava sempre, in seguito, di redarre un’esposizione sequenziale di quanto era accaduto.
Leggendo queste deposizioni senza considerare la cronologia degli avvenimenti, è possibile notare come ricorrano sempre tre elementi: la rottura dei codici sociali e l’apostasia, il sabba, la prassi malefica.
Solitamente, era l’incontro fra la strega ed il diavolo, durante il quale poteva essere stretto un patto o consumato un rapporto sessuale, a porre la strega al di fuori della società.
Usualmente la strega giungeva a questo momento decisivo dopo aver avuto scontri con gli altri membri della sua comunità.
Unendosi al diavolo, perdeva la sua umanità pur mantenendone le vesti esteriori; a ciò contribuiva anche la rinuncia alla fede, che poteva essere esemplificata da un gesto di spregio oppure formulata esplicitamente.
Il passaggio successivo, la partecipazione al sabba, aveva due valenze: innanzitutto costituiva un atto di adorazione del demonio, ed in secondo luogo accentuava l’eversione delle norme sociali.
Dalle descrizioni pervenuteci sappiamo che il sabba era caratterizzato da azioni ed effetti contrari alla consuetudine, quali la danza all’indietro, i pranzi che non saziavano, le preghiere blasfeme del diavolo.
La prassi malefica era a sua volta contraddistinta da una certa ambiguità; la strega, con i poteri derivatele dalla rinuncia a condividere i valori comunitari, danneggiava gli altri individui dissimulando la propria natura.
In questo modo, si poneva al di fuori della comunità morale, ma rimaneva inserita in quella reale: recarsi al sabba in volo era necessario per l’assoluta incomunicabilità fra le regole sociali ed il mondo diabolico.
La strega poneva in contatto i valori morali di un gruppo con la loro negazione astratta (il sabba), ed allo stesso tempo, tramite il maleficio, con la loro negazione concreta.
Le confessioni redatte durante i processi di stregoneria devono essere studiate in modo comparativo, confrontandole con gli studi degli antropologi su analoghi fenomeni africani, e considerando che esse rappresentano la principale fonte sulle credenze dei contemporanei.
Alcuni studiosi dell’Europa continentale, fra i quali H.C. Erik Midelfort ed E. William Monter, hanno contestato la possibilità di fare un paragone fra stregoneria africana ed europea, per le profonde differenze culturali che intercorrono fra i due contesti.
Questi commenti sono stati causati dal lavoro di Keith Thomas ed Alan Macfarlane, i quali hanno tratto dagli studi antropologici chiavi interpretative applicate poi alla società inglese di XVI-XVII sec..
In verità, l’esistenza nell’Europa continentale di una forte struttura repressiva, di tradizioni letterarie, la presenza della Chiesa e di un’unica teologia sono altrettanti elementi di differenza rispetto al contesto africano.
Tuttavia, non è mai stato aperto un dibattito sulla legittimità di una comparazione fra stregoneria inglese ed africana.
In Inghilterra, le streghe avevano caratteristiche diverse da quelle dell’Europa continentale, pertanto un confronto con la cultura africana non è impossibile.
Prima di operare un tale raffronto, però, il professor Rowland ha ritenuto opportuno analizzare il motivo della divergenza fra il modello della stregoneria inglese, e quello comune a tutte le nazioni Europee dell’epoca.
Sia in Africa che nell’Europa continentale, le streghe risultano essere individui malevoli presenti nella comunità, definite dalla loro relazione con un mondo opposto al consueto, che può essere rappresentato dal sabba o dai “night-witches”.
Costituisce un’importante differenza il fatto che gli avvenimenti europei avvenissero in un contesto cristiano, e che la strega fosse anche un’adoratrice del diavolo; presso alcune popolazioni africane, però, i poteri derivanti dalla stregoneria sono associati ad un dio malvagio.
Non può essere ignorata l’assenza, nel contesto europeo, di qualsiasi distinzione fra strega reale e rappresentazione collettiva della stregoneria, ovvero fra “everyday-witch” e “night-witch”,.
Infine, all’omogeneità delle confessioni raccolte dai tribunali europei fa riscontro la varietà di credenze riscontrate dagli antropologi in Africa: questa circostanza è difficilmente comprensibile, poiché le culture dell’Europa moderna erano più eterogenee di quelle africane.
La maggiore varietà della società europee non esclude però la possibilità di impiegare proficuamente i metodi antropologici.
Infatti, influirono profondamente sull’Europa moderna il progressivo rafforzamento dello stato e l’evoluzione dei rapporti fra chiese locali e gerarchie ecclesiastiche sopranazionali, determinata dalla Riforma e dalla Controriforma.
Questi fenomeni possono essere studiati con le categorie dell’antropologia sociale delle comunità complesse, considerando il livello locale, quelli regionale e nazionale, e per la sfera religiosa quello sopranazionale.
All’epoca in cui avevano luogo i processi di stregoneria, esistevano una demonologia ed una teologia cattoliche e protestanti, le quali oltrepassavano i confini fra i regni.
I vari stati avevano poi proprie istituzioni e metodologie repressive, che intervenivano quando -nelle realtà locali- venivano denunciati casi di stregoneria.
A questi livelli andrebbero affiancati, per ottenere un quadro completo, i diversi gradi di cultura dei gruppi sociali.
Due elementi propri della stregoneria europea ed assenti in quella africana, l’uniformità delle confessioni e la presenza diabolica, vanno attribuiti alla presenza sovranazionale della Chiesa.
L’identificazione delle streghe con il modello del “night-witch”, invece, è più difficilmente spiegabile, in particolare se si considera che le accuse e le confessioni avvenivano spesso in piccoli villaggi culturalmente isolati, ma ovunque è attestata la medesima descrizione del sabba.
E’ probabile che inizialmente la stregoneria venisse posta in relazione solo con rappresentazioni locali del male, secondo descrizioni variabili regionalmente; in un secondo tempo i ceti colti diffusero le immagini del diavolo e del sabba tipiche della demonologia.
Queste concezioni erano astratte, e parte di un sistema di idee privo di riscontri concreti nella quotidianità; perché fossero accessibili alla comprensione dei contadini e degli strati più umili della società era necessario che venissero poste in relazione con la loro esperienza.
Le confessioni delle streghe, secondo il professor Rowland, adempivano proprio questa funzione mediatrice, nel modo in cui la narrazione della vita dei santi rendeva chiara l’applicazione di virtù morali.
Se l’accusata nel corso del suo interrogatorio pronunciava affermazioni sospette, tramite la tortura e la suggestione gli inquisitori tentavano di ottenere maggiori informazioni, inducendola a giustificarsi attingendo alle credenze locali.
L’identificazione della strega con il modello del “night-witch” era causata dalla formazione degli inquisitori, che interrogavano l’accusata nel tentativo di ravvisare nella sua vicenda gli elementi descritti dalla demonologia.
Quindi, la progressiva uniformazione delle confessioni fu il frutto di una reiterata opera di repressione: allo stesso tempo, alcuni elementi filtrarono dalle credenze locali ai trattati demonologici.
Questa iterazione fra diversi livelli culturali di una società complessa differenzia la stregoneria dell’Europa continentale da quella africana.
L’antropologia sociale può essere utile per comprendere la natura delle trasformazioni indotte da questa sovrapposizione, e per valutarne l’influsso sulle fonti di cui disponiamo.